Sindrome PITT HOPKINS

La sindrome di Pitt-Hopkins (PTHS) è una condizione geneticamente determinata che rientra nel gruppo delle malattie rare, in particolare nell’ambito delle sindromi con disabilità intellettiva e anomalie fisiche minori.

Clinicamente, è caratterizzata da ritardo cognitivo grave con importante compromissione del linguaggio, ritardo delle tappe motorie, deficit neurologici aggiuntivi, quali crisi di iperventilazione o crisi di apnea, difficoltà a coordinare i movimenti (atassia), difetti oculari che includono strabismo, miopia e astigmatismo, convulsioni e stipsi. Il carattere è spesso amabile e dolce. Alcune specifiche caratteristiche del volto consentono spesso di formulare l’ipotesi diagnostica su base clinica, che serve a predisporre il corretto test diagnostico di laboratorio.

Geneticamente, è causata dalla mancata funzione del gene TCF4 localizzato sul cromosoma 18, come scoperto solo recentemente, nel 2007. Il gene TCF4 risulta essere completamente deleto su uno dei due cromosomi 18 in una piccola parte dei pazienti, mentre nella maggior parte dei casi il gene è interessato da una mutazione puntiforme (alterazione solo di una base o di poche basi del suo codice), che lascia il gene comunque conservato, anche se mutato. Se nel primo caso (perdita completa del gene) è possibile raggiungere la diagnosi anche senza aver posto prima il sospetto clinico, grazie all’applicazione diffusa dell’esame di array-CGH (tecnica in grado di evidenziare delezioni o duplicazioni anche molto piccole dell’intero genoma) nella diagnosi del ritardo mentale, nel secondo caso (mutazione puntiforme) per poter raggiungere la diagnosi genetica è necessario porre prima il sospetto clinico, e sequenziare specificamente il gene, selezionato tra circa i 20.000 geni che compongono il genoma umano. Per questo motivo la PTHS più che molto rara, è al momento sottodiagnosticata. Infatti è opinione diffusa che una buona parte dei soggetti affetti è senza diagnosi, perché non ha ancora effettuato il sequenziamento del gene. A conferma di questa osservazione, la PTHS è al momento una condizione emergente nell’ambito di problematiche cliniche caratterizzate da ritardo psicomotorio importante, compromissione del linguaggio ed epilessia, tra le quali rientrano anche due condizioni diverse, ma simili per alcuni aspetti clinici, che sono la sindrome di Rett e la sindrome di Angelman.

Il ruolo dell’Associazione di famiglie di bambini con PTHS è fondamentale per molti aspetti. Innanzitutto fa uscire le famiglie dall’isolamento che spesso crea una malattia rara, creando possibilità di condivisione di esperienze ed emozioni. Di fronte a un figlio con disabilità intellettiva grave, il raggiungimento della diagnosi di causa alleggerisce il peso che grava sulla famiglia di un problema ereditario imponderabile: tutte le mutazioni del gene TCF4 diagnosticate finora sono insorte de novo (non sono state trasmesse da un genitore portatore), e la coppia dei genitori, spesso giovani, ha basso rischio di avere un secondo figlio affetto. E’ comunque consigliabile eseguire una diagnosi genetica prenatale ad ogni successiva gravidanza, mirata ad escludere la stessa mutazione identificata nel figlio affetto. Poi ha un ruolo chiave nel promuovere la conoscenza di questa condizione anche nell’ambito medico (pediatri di famiglia e neuropsichiatri infantili). Infine è un motore decisivo nel promuovere la ricerca scientifica, creando anche le basi per la possibilità di ricevere finanziamenti nazionali e internazionali.

Un ultimo aspetto, non certamente trascurabile, è che gesti come questi (creazione di una associazione italiana, promozione della ricerca e della assistenza riabilitativa) nobilitano fortemente le famiglie e i loro bambini.